
Apple non mi ha ancora conquistato del tutto. E’ vero, utilizzo qualche prodotto con beneficio, ma non mi considero un seguace fedele. Sarà per i costi elevati o forse per il consenso quasi totalizzante, generazionale, che caratterizza aggeggi del genere.
La morte di Steve Jobs ha suscitato milioni di reazioni, apprezzamenti di ogni tipo sul suo indubbio contributo creativo, sulla sua capacità di innovazione culturale prima ancora che tecnologica. Un mito se ne è andato. Ma adesso, proprio per questo, è più forte di prima.
Il discorso di Jobs agli studenti di Stanford è diventato così, velocemente, la comunicazione più ricca e ricercata degli ultimi anni. Il sermone più laico, motivante, visionario, inspirational dei giorni nostri. D’altronde chi non vorrebbe “seguire la propria passione”, “cercare di realizzare i propri sogni”, “trovare se stesso”, “non sprecare la vita, vivendo la vita di altri”?
Se cerco di superare, però, il movimento della superficie emotiva che tali parole procurano, mi accorgo facilmente che a dire il vero si tratta di una vera e propria supplica, un'efficace litania dell’individualismo rampante, massicciamente presente in tutta la cultura occidentale.
Che c’entra Jobs con la cifra umana e spirituale dell’apostolo Paolo. “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” o con Gesù quanto dice “chi vuole guadagnare la sua vita la perderà …”?
E, per quanti di noi frequentano la teologia riformata, cosa ha ancora da aggiungere Steve Jobs alla visione del catechismo di Heidelberg:
“In che consiste la tua unica consolazione In vita e in morte? Nel fatto che col corpo e con l’anima, in vita e in morte, non sono più mio, ma appartengo ai mio fedele Salvatore Gesù Cristo, il quale col suo prezioso sangue ha pienamente pagato il prezzo di tutti i miei peccati e mi ha redento da ogni potere del diavolo; e mi preserva cosi che neppure un capello può cadermi dal capo senza la volontà del Padre mio che è nel cielo; ed anzi ogni cosa deve cooperare alla mia salvezza. Pertanto. per mezzo del suo santo Spirito egli mi assicura anche la vita eterna e mi rende di tutto cuore volenteroso e pronto a vivere d’ora innanzi per lui".
Sbaglierò, ma sono convinto che il fascino – quasi paracristiano – esercitato da Steve Jobs su di noi è tutto dovuto ad certa ermeneutica dell’autenticità e della libertà individuale, cioè al far diventare le scelte personali indicatori della dignità e dello spessore umano di ognuno di noi. Scelgo (e consumo), dunque sono. Seguire la folla non fa per me!
Forse qui Jobs, può aiutarmi. Non è che come cristiani dovremmo riscoprire la pienezza dell’autenticità e dell’integrità evangelica. Dopotutto non deve, il Vangelo, trasformarci personalmente? Non richiede una decisione personale? Non produce una molteplicità di effetti che - naturalmente e senza arroganza o falsi sensi di superiorità culturale – mi distanzia dalla folla, per servirla? Non mi liberà da qualcosa di più che la scomodità sequenziale dei sistemi Microsoft?
Steve Jobs ha dato un grande contributo, e la sua eredità segnerà sicuramente gli anni futuri. Ma il paradigma del discepolato è diverso e ... sull’autenticità e la sostanza della vita il Vangelo 1.0 è ancora vincente.



1 commenti:
a me quella mela morsicata
mi ricorda il primoe il piu grande peccato "sarai come dio"
Post a Comment