Oct 1, 2010

Evangelicalismo homeless


Se l’evangelicalismo italiano ha dissipato, nel corso dell’ultimo trentennio, la capacità di riconoscersi in una identità teologica e culturale lo si deve anche a una sorta di rimbalzo tra magisteri e contro-magisteri quasi-evangelici. Di tale scenario, vorrei osservarne la decisa e prossima contrazione e diluizione. E penso di non essere il solo a desiderare una cosa del genere.
L’evangelicalismo italiano rischia, infatti, di diventare culturalmente e teologicamente homeless nell’Italia del XXI secolo.
La percezione antagonista e l'atteggiamento conflittuale nell’impegno in alcuni settori della presenza evangelica, il sottotesto anti-confessionale di altre agenzie di servizio, l’assenza di umiltà, la mancanza di figure-guida di rilevanza nazionale, costituiscono alcuni degli elementi di questa condizione.
L’evangelicalismo italiano è così perennemente tentato di gettarsi in una dittatura dell’improvvisazione e dei personalismi, rischiando di auto-condannarsi ad un esilio verso un destino (a)teologico e spirituale fatto di “exculturazione”, di contemporanea estraniazione dalla cultura di riferimento e dalla trame di fondo che intrecciano l’evangelicalismo globale.
Il movimento rischia anche, però, di imboccare itinerari segnati dal settarismo (la pretesa ad essere nel vero sollecita infatti azioni non sempre concilianti), il cui obiettivo è quello di fare proseliti alla propria posizione piuttosto che al messaggio della croce.
Ma il settarismo deve essere superato dalla comunione, dove sgomitiamo non per convincere o imporre una posizione, ma per condividere e partecipare un nuovo modo di vivere e di pensare, centrato sulla fede comune in Gesù Cristo e sulla sottomissione completa alle Scritture.
Forse si dovrebbe partire da una dialettica franca, plurale e visibile dove l’impegno è indirizzato all’ascolto, alla comprensione, a non sprecare le opportunità di riconciliazione e di pentimento. E di trasformazione.