Jun 11, 2010

Intellettuali, cristiani & sfera pubblica


In alcuni ambienti cristiani la vita intellettuale è percepita con molto sospetto. Di fatto, tutto ciò che va oltre una necessaria alfabetizzazione (biblica e anche genericamente culturale) è considerato pretestuoso Eppure se da un alto “pensare” è parte integrante della nostra chiamata ad essere ciò che Dio vuole, ognuno di noi dovrebbe essere incoraggiato a crescere nell’esercizio del pensiero e delle responsabilità. Piuttosto che isolarsi nella torre d’avorio dell’accademia, dello studio come mero specialismo, dovremmo fare di tutto per ricercare le modalità che aiutino a coltivare le virtù (intellettuali e non) sia a livello personale sia nella dimensione comunitaria. L’intellettuale cristiano, cioè, non si accontenta di osservare in modo critico, di essere abbastanza intelligente, di avere avuto accesso a una buona formazione o di essere in grado di comunicare efficacemente. Un intellettuale cristiano è senz’altro tutto questo ma, sopratutto, orienta ogni atto e ogni pensiero alla gloria di Dio.

Ma quale può essere il ruolo degli intellettuali cristiani nelle chiese e nella sfera pubblica? Parto, innanzitutto, dall’identificazione. Il termine intellettuale è di solito usato in senso generico per denominare una personalità che, a partire dalla sua sfera di competenza ma in nome di principi generali, interviene pubblicamente, parteggia, cerca di offrire una visione, prova ad articolare una prospettiva (nella polis come nell’ecclesia). Quindi il termine non indica una categoria sociologica legata a una specifica professione e non evoca solo una persona che cerca di pensare, ma si riferisce a una persona che pensa e prova a comunicare il suo pensiero con l’obiettivo d’influenzare la riflessione pubblica e con l’aspirazione di movimentare le dinamiche culturali e sociali. La presenza dell’intellettuale presuppone dunque uno status ma anche una volontà personale e una vocazione pubblica in qualche modo riconosciuta. Senza questo match non c’è intellettuale.

Fino a che punto, però, l’intellettuale deve essere “impegnato”? Per l’impegno, si possono distinguere alcune tipologie di fondo.
- L’impegno totale in nome di un orizzonte teologico, confessionale e/o ideologico (il romanismo, il comunismo, il biblicismo, il fratellinismo, il calvinismo, il pentecostalismo, il nazionalismo … ecc.). Anche se queste diramazioni non sempre hanno le stesse conseguenze per l’intellettuale.
– L’impegno limitato, è la caratteristica dell’intellettuale che non lavora su ambiti universali, ma sempre in modo critico e radicale in settori specifici legati ai suoi interessi (la filosofia, la teologia, l’economia, la psicologia, la politica …).
- L’impegno rifiutato, sempre contestato come ignobile e (sostanzialmente) inutile.
- L’impegno problematizzato, inteso come critica e indipendenza del pensiero. Si concretizza nel seminare dubbi, spogliare (a volte dogmaticamente) il presunto dogmatismo dalle sue pretese, criticare la fede cieca, aiutare a decifrare gli inganni di tutto quello che viene considerato pericolosa propaganda.
- L’impegno rinnovato, è quello dell’intellettuale che osserva, impara, pensa e comunica articolando le proprie convinzioni e poi agisce responsabilmente, consapevole delle molteplici variabili in gioco. Qui la realizzazione e l’azione provono ad essere sempre attente al contesto, rispettose dei principi basilari e nessuna scissione tra pensiero e vita è ricercata o incoraggiata.

Penso che la figura dell’intellettuale cristiano sia da rivalutare e da recuperare. Senza paure e per il bene della comunità cristiana, soprattutto. Comprendendo con sano realismo che anche il pensiero è per certo uno dei luoghi privilegiati dell'idolatria, della ribellione egolatrica e della disobbedienza perversamente orgogliosa.
Se oggi le élite – di qualunque tipo – sono nettamente respinte, in nome della democrazia del sondaggio e del senso comune, e se il classico intellettuale è considerato comunque vecchio, polveroso e noioso … la conseguenza è l’assorbimento acritico di tutto ciò che è più o meno giovane, seducente, brillante e – chiaramente – superficiale.

Due nuove figure, però, emergono con forza. La prima è quella dell’artista, presentato dai media come una figura di riferimento intellettuale che agisce abilmente nel mondo mediatico (radio, televisione, internet ecc.). L’artista parla direttamente all’opinione pubblica attraverso i media e la sua arte e cerca così di costruirsi come antagonista e unico profeta della contemporaneità (non è forse vero che gli artisti – anche cristiani - sono ormai in prima linea per le grandi cause della libertà religiosa, dell’immigrazione, della fame nel mondo, del razzismo, molto più che gli intellettuali classici?).

La seconda figura è più discreta ma estremamente efficiente: si tratta del nuovo e moderno “consigliere del principe”, il famoso spin doctor, la trasfigurazione del counsellor, l'iperesperto di counseling, figura della mediazione fra la cultura di massa e una qualche forma di potere (la psicologia, la politica, l’economia, ecc.) che di solito non solo conosce l’opinione ma sa gestirla e manipolarla e che a partire da questa competenza pensa, o pensa di pensare, il mondo e la vita.

Non finisce, però, tutto qui. Esiste ancora una sete di sapere e una fame di integrità, anche intellettuale, che si oppone al movimento del “rincretinimento collettettivo”. Le sfide però sono tante. In ogni caso abbiamo bisogno ancora di lottare come cristiani – anche con tutta la nostra mente - per la libertà, la speranza e soprattutto la verità. E se oggi da un lato occorre distanziarsi dagli intellettuali che sono più simili agli apprendisti stregoni («non si devono lasciare gli intellettuali giocare con i fiammiferi », diceva Prévert), dall’altro abbandonare l’attenzione per il pensiero e l’intelligenza significherebbe compromettere pesantemente il prossimo futuro, oltre che sprecare il presente.

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