Mar 6, 2008

Soldi e religioni, ovvero il giusto profitto della libertà

Qualche mese fa è stato pubblicato un testo significativo: Religious Freedom in The World (Rowman & Littlefield Publishers, 2007). Curato da Paul Marshall (Hudson Institute, USA), il libro descrive quello che succede in un centinaio di Paesi. Accompagna la lettura un insieme molto utile di grafici, tabelle, cartine geografiche e dettagli socio-demografici. La libertà religiosa è poi utilmente confrontata alle altre libertà (politiche, civili ed economiche).

Il quadro che emerge è complesso. Esistono Paesi dove la libertà religiosa è in aumento (è il caso di molte nazioni dell’America Latina e dell’Europa orientale), territori che a dispetto della loro collocazione geografica (che potrebbe indurre a pensare altrimenti) vivono libertà reali e – allo stesso tempi – Paesi occidentali che non brillano per il sostegno, diretto e indiretto, alla libertà religiosa (Francia, Grecia, Italia).

Marshall & Co segnalano una forte correlazione tra libertà economica e libertà religiosa. I 30 Paesi peggiori per l’indice di libertà economica sono per più del 90% gli stessi Paesi “peggiori” per la libertà religiosa. Questo significa in primo luogo che la ricchezza e il benessere economico possono sostenere la libertà religiosa. In secondo luogo significa anche che la libertà religiosa può essere motore della ricchezza e del benessere di una nazione. Come possono esserci reali libertà economiche, creatività e innovazione imprenditoriale, energie produttive se al tempo stesso non c’è la possibilità di vivere autenticamente e profondamente la propria fede e la propria visione del mondo?

Potrebbe essere, pensando alla Cina, al Vietnam, alla Corea del Nord ecc. una politica non banale: ci sono infatti argomentazioni pesanti che inducono a dire che se non si smette di controllare e manipolare la fede degli individui e delle comunità si danneggiano irrimediabilmente anche i Bilanci. Insomma, anche i profitti vogliono la libertà. E non è poco.

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