Nell’impero romano la pratica della crocifissione creava disagio, disgusto e orrore. Crocifiggere era crudele e umiliante: tale morte era degna fine di ribelli e terroristi.
Nessun cittadino romano poteva essere crocifisso, la croce non era argomento da discutere nello spazio della società civile. La croce uccideva sia la persona sia la sua memoria. Ancora oggi, infatti, non esiste una storia della croce.
In questo contesto, però, un gruppo di uomini e donne si permette di affermare che un crocifisso è il Figlio di Dio, il Salvatore e il Signore del Mondo. Per conoscere Dio, comprendere i Suoi piani e la Sua volontà, non occorre frequentare templi o essere religiosi, non serve neanche rivolgersi ai centri accademici dell’impero: è sufficiente abbracciare una croce alla periferia di Gerusalemme.
La croce di Gesù è scandalo. Scandalo per i Giudei (i religiosi del tempo) perché un messia crocifisso è una contraddizione fatale che può manifestare solo l’impotenza di Dio nel liberare Israele dalla soggezione romana. Scandalo per tutti gli altri (irreligiosi e secolarizzati), perché l’idea che la salvezza dipenda da un Dio o figlio di Dio che muore come criminale politico è semplicemente follia, nulla di più che una pericolosa e dannosa superstizione.
La croce di Gesù sconvolge la politica. I cristiani proclamano che il crocifisso e risorto è il Signore dell’universo: Cesare stesso dovrà inginocchiarsi davanti ad un giudeo crocifisso.
La croce di Gesù Cristo mostra come è Dio: nella croce Dio manifesta il Suo amore, la compassione per la Sua creazione, ma allo stesso tempo la Sua ira, la sua determinata opposizione al peccato. Secondo il vangelo di Marco nella croce i discepoli capiscono che Gesù è il re (15:2,18,26,32). Secondo Paolo, alla croce Gesù ha disarmato i principati e le potestà (Col. 2:15) e nella descrizione profetica di Giovanni, l’Agnello che apre i sigilli del libro della storia “sembrava essere stato immolato” (Ap. 5:6), ma è lo stesso Agnello che conquista la vittoria “per mezzo del sangue” (Ap. 12:11).
La sfida della croce
La croce è anche paradigma per l’azione. In una società dominata dall’orgoglio e dall’arroganza la parola della croce è rivoluzionaria. La sfida è rivolta a tutte le potenze del male: alle malattie che affligono i corpi, ai demoni che tormentano le menti, alle colpe e ai peccati che colpiscono lo spirito, alle idolatrie e alle falsità che avvelenano la società. Eppure i cristiani sono portatori di tale sfida nella più totale vulnerabilità, nella debolezza propria della croce. La parola della croce suggerisce come in ciò che sembra destinato all’inevitabile sconfitta si compie la potenza, la vittoria e il trionfo di Dio. Gesù crocifisso è “potenza e sapienza” di Dio (1 Cor 1:24). I segni autentici della testimonianza cristiana sono i segni della sofferenza: non possono coincidere con strategie della propaganda, del proselitismo o della semplice azione sociale.
Ci sono quattro dimensioni in cui la potenza della croce guida e forma la vita e la testimonianza cristiana. Dimensioni soprattutto etiche che non possono essere facilmente ignorate dai cristiani contemporanei.
1) La croce ripudia l’orgoglio
La predicazione della croce implica un rifiuto radicale dell’orgoglio individuale e religioso. La croce non solo rivela la profondità e la gravità del peccato, la totale incapacità a salvarci da soli, essa proclama il messaggio che la grazia di Dio deve essere sperimentata come dono per mezzo di Gesù Cristo, servo sofferente e liberatore crocifisso. Il messaggio della croce è sovversivo per tutte le proposte religiose - dal Buddismo, all’Islamismo, alla New Age – per tutti i percorsi che vedono nella pura trascendenza dalle povere e quotidiane individualità la via della perfezione. La croce afferma che Dio interagisce con il Suo mondo, si inserisce nella sua tragica storia, condivide la nostra stessa umanità in tutte le sue vulnerabilità e sofferenze. Nella croce Dio ci incontra non come padrone, ma come servo. Affidarsi al Dio di Gesù Cristo non implica, in nessun modo, il rinnegare la propria umanità. Essere discepoli della croce significa diventare veramente umani. La salvezza che la croce proclama non è mai fuga dal mondo, ma trasformazione radicale del mondo.
2) La croce smaschera gli idoli
La croce rifiuta le utopie e smaschera le idolatrie moderne e post-moderne.
La modernità ha qualificato la cultura occidentale per diversi secoli, caratterizzandola con una profonda fiducia nelle possibilità dell’uomo razionale nella scienza, nell’uso della tecnologia e nell’organizzazione razionale della vita sociale. Il progresso sarebbe stato il motore del benessere umano: l’utopia era quella di rendere l’uomo libero, felice, senza le oppressioni dell’ignoranza, della povertà e della sofferenza, privo di ogni forma di brutalità del male. La modernità ci ha proposto storie più o meno credibili del progresso, sia nella sua versione liberale e capitalistica, sia nella versione marxista e collettivista. Qui, però, non c’è posto per l’azione sovrana di Dio, che mediante il Suo Spirito e l’annuncio del Vangelo, dirige la storia verso la sua piena realizzazione. La scienza, la tecnologia, la pianificazione sociale e la programmazione economica sono gli unici fattori su cui costruire le aspettative e le speranze umane.
E questa è idolatria. Un idolo è un aspetto della creazione in cui poniamo la fiducia e la speranza ultima, in cui poniamo la nostra fede. Tutti questi idoli, però, non hanno mantenuto le promesse: Promettevano prosperità, ma le povertà sono in aumento; promettevano libertà, ma siamo sempre più controllati dai media, dalle imprese, dalla politica e dai governi, dall’educazione che riceviamo; promettevano verità, invece dobbiamo affrontare un pluralismo che spesso tradisce qualunque verità; promettevano giustizia e pace, ma la guerra, l’oppressione, le violenze continuano.
Neanche la prospettiva postmoderna è priva di ambiguità e rischi.
Jean Francois Lyotard ha definito la caratteristica del postmodernismo come incredulità verso la metanarrazione. E il nostro tempo è affollato di testimonianze che esprimono il disagio e lo scetticismo verso i vecchi idoli, vero le utopie e le prospettive che hanno caratterizzato le generazioni precedenti alla nostra. Essi non hanno mantenuto le promesse, quindi non meritano la nostra fiducia. Un radicale disincanto ha iniziato a caratterizzare una parte consistente delle società civili. Disicanto che caratterizza la stessa visione dell’uomo. In un certo senso l’antropologia è diventata non razionale. Il postmodernismo (à la Guittari e Deleuze) predilige gli aspetti non razionali dell’essere umano. La ragione è spodestata. Intuito, passioni e desideri sono le vere fonti della conoscenza.
Certo, leggendo questi sviluppi con gli occhiali della fede i cristiani possono comprendere come tutto questo sia la manifestazione dell’incapacità assoluta dell’uomo di salvarsi da solo. Né la tecnica, né la ragione umana hanno la possibilità di redimere e guarire. Gi esseri umani sono fatti per vivere in comunione con Dio, sono fondamentalmente creature religiose che comunque serviranno qualcosa. Se non servono Dio, se non seguono Gesù Cristo, serviranno qualcos’altro: un idolo. L’umanità è sempre e comunque definita dalla fede in qualcuno e dall’obbedienza a qualcosa.
L’epoca postmoderna è anche caratterizzata dall’equazione conoscenza = costruzione sociale. Non esiste più la neutralità e l’oggettività: la conoscenza umana è relativa, è una costruzione sociale. Si riconosce che la nostra razionalità è formata da innumerevoli fattori sociali e personali, e quindi non può esserci nessuna verità universale (da Kuhn a Foucalt e Deridda, questo tema è stato affrontato in molteplici prospettive). Siamo abbandonati in un indefinito pluralismo, dall’etica alla religione, dall’economia alla politica, esiste solo una irriducibile varietà di voci, tutte proclamanti i loro desideri.
La sensibilità postmoderna non crede più nella grande storia dell’umanità … preferisce le storie e le cronache degli individui e delle comunità. Solo che anche le piccole storie possono rivelarsi oppressive e idolatriche come le precedenti. Nell’implosione del sé, nel relativismo del giudizio e delle verità, l’uomo postmoderno è spesso abbandonato alla tirannia di se stesso e della sua comunità, alla irriducibile malleabilità della sua vita e delle sue prospettive. Nuove configurazioni devono continuamente caratterizzare l’esistenza umana. Non importa se bisogna percorrere la via del consumismo per costruirsi un’identità o se questa è realizzabile nella terapia psicologica, nella variazioni della sessualità, nelle tecniche New Age o nella comunicazione virtuale: si rimane comunque alienati, separati, distanti e disconnessi.
Proclamare la croce in questo contesto significa esporre il piano di Dio per il mondo e per tutti i suoi abitanti. La presenza, la gioia e la speranza di una comunità formata dalla croce, annuncerà la sovranità di Dio nella storia, testimonierà in modo eloquente la Signoria di Gesù ad un mondo confuso e disilluso. Ai piedi della croce una nuova prospettiva si realizza: perché lì Dio afferma la nostra piena umanità e allo stesso tempo giudica i nostri peccati e la nostra ribellione.
Dio ci avvicina così come siamo, non dobbiamo fare nulla per essere amati da Dio. Solo che Dio non ci lascia dove siamo, nella condizione in cui ci trova. Alla croce Dio ci guida in un cammino, ci dona una visione, una cultura, un lavoro, una vocazione e una direzione.
3) La croce definisce la nostra identità
La croce ridefinisce la nostra identità. Nessun altro aspetto della vita contemporanea sembra tanto interessare filosofi e sociologi, teologi e psicologi. Il tema dell’identità è oggi diventato un prisma attraverso il quale altri aspetti dell’esistenza umana sono esaminati e analizzati. La domanda fondazionale dell’identità è o quella propria del moderno pellegrino “come fare per raggiungere quell’obbiettivo?” - cioè l’identità implica una valutazione della determinazione e dell’impegno richiesti per procedere lungo un percorso già segnato - o è quella più attuale del vagabondo post-moderno, della persona senza fissa dimora “dove potrei o dovrei andare? Dove mi porterà questa strada?” L’obiettivo è fare la scelta meno rischiosa e impegnativa al prossimo incrocio. La ricerca di un’identità diventa l’urgenza su cui misurarsi. Si ricercano gruppi a cui appartenere in un mondo in cui tutto è mobile e mutevole (Hobsbawn), ma allo stesso tempo si perde la visione autentica della comunità, anzi si lavora al suo collasso, per inventare un’identità che la surroghi (J.Young).
L’opera della croce di Cristo però ridefinisce le nostre identità in modo sostanziale e radicale. La croce distrugge tutte le barriere umane: una umanità nuova prende il posto della vecchia, frammentata e alienata società (Ef 2:14-18; Gal 3:28).
Riconoscere Gesù Cristo come Signore implica un’identificazione e un impegno ad una nuova comunità globale in cui tutte le nostre appartenenze sono ridefinite. L’identità del cristiano è derivata da quella del popolo di Dio, non più dalle nostre famiglie, dalla nostra classe, dalle nostre affiliazioni denominazionali, dalla nostra razza, dal nostro Paese. Nessuna di queste cose ha più una priorità assoluta nella vita del cristiano. Il vangelo di Gesù Cristo sfida ogni dimensione dell’orgoglio umano e ci invita ad avere una profonda comunione con la croce di Gesù Cristo.
4 La croce ci chiama ad identificarci con gli ultimi
Le persone crocifisse non erano, nell’antico impero romano, importanti o degne di considerazione. L’illusione della civiltà ha sempre dimenticato le vittime della società. Spesso, anzi, nel nome della stabilità e della sicurezza delle istituzioni esistenti, mentre si cerca di assicurare la pace e il benessere per alcuni si escludono altri. Ecco la rivoluzione della croce: Gesù il crocifisso è il figlio di Dio. Dio si trova tra le vittime, tra coloro che sono stati accusati e condannati per essere schiavi indomabili e terroristi incorreggibili. Gesù muore come vittima di un sistema politico accusato, di un reato politico. Coloro che seguono Gesù sono chiamati a identificarsi con coloro che sono ai margini del moderno impero, nelle periferie dei nostri sistemi sociali e politici. E questo significa ascoltare e imparare a vedere il mondo anche dalla loro prospettiva, rinunciare alle confortanti e rassicuranti prospettive del benessere socio-economico.
La teologia della croce deve segnare le nostre vite, non solo le nostre parole. E solo quando i cristiani sono pronti a servire nei luoghi della disperazione umana, diventano segni di una speranza viva, testimoni della Signoria di Gesù. Solo se la nostra obbedienza al vangelo è concreta e non solo teoretica, l’enfasi che diamo alla giustizia e all’amore sarà credibile alle persone che non credono in Gesù. La via dell’umiltà, di una vita semplice e pronta al sacrificio è la via per annunciare la sovranità di Dio. La via del potere non è un percorso proponibile e disponibile ai cristiani. La croce di Cristo deve anche indurci a preoccuparci del bene comune, dei diritti umani, della giustizia economica, della protezione dell’ambiente naturale. Certo queste non sono obbligazioni proprie della fede cristiana. Proclamare il Vangelo deve essere l’obiettivo principale. È dubbio, però, se potremmo mai essere in grado di realizzarlo autenticamente senza interessarci contemporaneamente anche di tutti questi aspetti.
[già in L&L, 2002 - http://www.edizionigbu.it/notiziario_L&L/2002.pdf]
2 commenti:
http://giornopergiornocolsignore.blogspot.com/
Pace Giuseppe, complimenti per il blog gloria a Dio ho visto e riconosciuto daal video la mia compagna di viaggio in albania con jafitalia Nikol sei della sua chiesa? potresti mandargli un bacio? Dio vi benedica
Davide
www.cristianamenteabili.blogspot.com
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