
Se l’Italia è in crisi, se le sue casse sono vuote, non è perché i più deboli hanno avuto qualche beneficio, non è neanche a motivo dell’assistenza sanitaria che è ancora prevalentemente pubblica, come lo è l’istruzione (ma fino a quando?). Piuttosto dovremmo ricercarne le cause soprattutto nell’irresponsabilità delle grandi imprese, che per anni hanno nascosto i loro profitti, trasferendo fondi in paradisi fiscali. Dovremmo forse guardare al baratro dell’economia sommersa, che non rispetta nessuna regola - se non quella di sfruttare ogni opportunità per non contribuire al bene comune. I ricchi finanzieri, gli imprenditori illuminati, con la benedizione dell’intera classe politica, hanno goduto di privilegi e contributi enormi (e senza mai sborsare un euro). Anche la Chiesa Cattolica Romana, con il suo immenso patrimonio immobiliare, continua ad essere esentata da ogni forma di tassazione o di imposizione fiscale.
Adesso, però, la classe media, fatta soprattutto da impiegati e operai, è democraticamente costretta a praticare “l’
austerità”, sperimentando una decrescita forzata, per evitare il fallimento – o meglio, il
default – del sistema Italia. L’Italia è, infatti, un paese ad alto rischio finanziario, come ci segnalano molti indicatori economici e agenzie di rating ormai a tutti noi familiari. Insomma, il modello si ripete ancora una volta: sono i poveri a pagare per i peccati dei ricchi, i più deboli per i più forti.
Non illudiamoci: le riforme del settore finanziario, il cambiamento di rotta da tutti annunciato nelle istituzioni politiche ed economiche, rischiano di essere una semplice operazione di cosmesi, un divertente esercizio estetico. Nessuna istituzione, nessuna organizzazione, nessun individuo è finora finito in tribunale per rispondere dell’irresponsabilità economica che ci caratterizza. Le banche, poi, sembrano essere per costituzione esentate dalle procedure di fallimento o responsabilizzazione, che stranamente … si applicano in tutti gli altri contesti.
Ma il
default è soprattutto politico e ideale. Razzisti, ignoranti, corrotti, mediocri e opportunisti senza scrupoli hanno occupato da decenni le poltrone delle nostre assemblee parlamentari. Anche i più illuminati, tra i politici, continuano ad avere le ali legate dalle elite finanziarie, dai salotti pieni di buona cera ma vuoti di significati e di senso di giustizia.
La piazza, a questo punto, non diventa solo una pacifica opzione. E’ quasi un dovere coraggioso. Impegnarsi per la
democrazia diretta significa così incoraggiare le persone ad esercitare il diritto di decidere le leggi e le politiche che strutturano la vita politica. Dopotutto, per decenni i nostri rappresentanti eletti ci hanno tradito per amoreggiare senza pudore con affaristi senza scrupoli e generosi banchieri.
Si tratta di un’opportunità anche per le comunità cristiane, chiamate a uscire dalle comode nicchie spirituali con una Parola concreta ed efficace. Riusciremo – anche come evangelici - a far capire come attivare la società civile, rinnovarne la sensibilità e trasformare le sue azioni?
Il rischio non è solo che il sogno dell’occidente si trasformi in incubo italiano. Il pericolo è che inizi una spirale di ingiustizia e violenza che porterà i pochi ricchi a difendere – con miopia e stupidità – gli enormi benefici e i senza-risorse ad alzare la voce, con invidia e rabbia, ma senza orientamento e del tutto mancanti di orizzonti sostenibili. Ma se la crisi ha delle opportunità, allora dobbiamo più di ogni altra cosa provare a demitizzare l’esistente, decostruire gli idoli e le false speranze e procedere nella direzione segnata dalla giustizia, dalla pluralità e dalla responsabilità.
E, poi, riscriviamo le regole.