Dec 5, 2011

Manovre


La sfiducia internazionale nella capacità di onorare il nostro debito pubblico sta rendendo sempre più salato il conto da pagare, costringendo governi tecnici e organi politici a scrivere una sequenza impressionante di manovre economiche che cerchino di impedire il default del sistema Italia. In poco tempo, la crisi da minaccia è diventata pesante realtà e la scarsità di risorse, per certo, riconfigurerà completamente la nostra vita per i prossimi anni.
In contrasto alle logiche della scarsità e dell’austerity, con le quali stiamo diventando fin troppo familiari, come cristiani possiamo però ricordare la più radicale manovra di Dio: un insieme di misure pensate per il lungo periodo e felicemente descritte come una semplice “liturgia dell’abbondanza”. Dopotutto il racconto biblico segnala l’abbondanza della creazione e rifiuta quel mito della scarsità che si nutre di concorrenza sfrenata, accaparramento avaro, corruzione o la visione del mondo life-for-profit.
La scarsità è in invece al centro della logica del Faraone (Gen 47), di fatto fautore di una vera economia della paura.
Gesù, all'opposto, manifesta la straordinaria economia della grazia, la sua azione trasforma ogni cosa, anche l’acqua in vino. Nell’economia della grazia non solo ci sono pani e pesci per tutti, ma avanzano diversi cestoni pieni di risorse (Giov 6:11-13). Sembra quasi uno sperpero, ma non è così.
Dopotutto una delle sintesi più efficaci di tutto il Vangelo è proprio l’affermazione di Gesù: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza " (Giov 10:10).
Ed è di questo tipo di scarsità che adesso ho particolarmente timore.

Dec 2, 2011

Neighbourliness



One does not have to be a moral or a spiritual giant to understand that one’s objectives and priorities could stretch far beyond the narrow limit of one’s own personal well being and community.
What we need is a new idea of “neighbourliness” , different both by the myopic context described by Nietzsche “they lay lures for one another, they lure things out of one another - that they call good neighbourliness” or by the common socio-political understanding that consider the neighbor merely as socially-charged environment that people recognise closest to their life.
The parable of the Samaritan in the Gospel of Luke could be a useful and important starting point. It is a powerful reference text. Here we can find one of the most challenging idea of neighbourliness. And it is more than a reassessment of the Golden Rule (love not only God but also your neighbor): we usually understand neighbourliness as geographic, emotional, cultural nearness. So the practical translation of the Golden Rule is this: we must love those who are nearer, closer - or more like - us than those that are more distant or less like us.
The biblical perspectives on Justice seems to be radically different, it extend beyond the geographic, cultural, religious and ethnic confines of one’s neighborhood. There is a deep and dangerous fragility if we think of people in terms of fixed communities, formed by exclusive boundaries.
Jesus told the parable of the Samaritan in response to the question “who is my neighbor”. The story tell us that in the end, the neighbor of the “man who fell among thieves” was the Samaritan, not the Levite or the Priest, two kind of people whose expression of neighbourliness were bound to a shared and reciprocal proximity. But not for Jesus. The Samaritan – typically disliked and despised - become a neighbor because he took care of the man in the need. He is a new kind of neighbor because he went beyond all other conditions of neighbourliness.
The point that Jesus makes is not to offer an interesting discussion on the duty to help others in need, but he raises a powerful question regarding the definition of one’s neighbor. He asks the lawyer “who was the wounded man’s neighbor?” and the lawyer cannot avoid answering “the man who helped him”. This is Jesus’ point: the duty to neighbors is never confined only to those who live next door, or are similar to us.
It’s the event in itself – a stricken man in need – that is the platform to act justly. It does not matter whether the Samaritan was moved by charity, or symphaty, or by a sense of justice, or by a religious duty, or by a personal sense of fairness and impartiality … once he finds himself, he is new neighborhood.
Here we can find a powerful understanding of justice: the true neighbourliness must be always inclusive and constructed with courage by our relation with distant people.
This is transformative and, I guess, really cross-centered.

Oct 17, 2011

Il dovere della piazza


Se l’Italia è in crisi, se le sue casse sono vuote, non è perché i più deboli hanno avuto qualche beneficio, non è neanche a motivo dell’assistenza sanitaria che è ancora prevalentemente pubblica, come lo è l’istruzione (ma fino a quando?). Piuttosto dovremmo ricercarne le cause soprattutto nell’irresponsabilità delle grandi imprese, che per anni hanno nascosto i loro profitti, trasferendo fondi in paradisi fiscali. Dovremmo forse guardare al baratro dell’economia sommersa, che non rispetta nessuna regola - se non quella di sfruttare ogni opportunità per non contribuire al bene comune. I ricchi finanzieri, gli imprenditori illuminati, con la benedizione dell’intera classe politica, hanno goduto di privilegi e contributi enormi (e senza mai sborsare un euro). Anche la Chiesa Cattolica Romana, con il suo immenso patrimonio immobiliare, continua ad essere esentata da ogni forma di tassazione o di imposizione fiscale.
Adesso, però, la classe media, fatta soprattutto da impiegati e operai, è democraticamente costretta a praticare “l’austerità”, sperimentando una decrescita forzata, per evitare il fallimento – o meglio, il default – del sistema Italia. L’Italia è, infatti, un paese ad alto rischio finanziario, come ci segnalano molti indicatori economici e agenzie di rating ormai a tutti noi familiari. Insomma, il modello si ripete ancora una volta: sono i poveri a pagare per i peccati dei ricchi, i più deboli per i più forti.
Non illudiamoci: le riforme del settore finanziario, il cambiamento di rotta da tutti annunciato nelle istituzioni politiche ed economiche, rischiano di essere una semplice operazione di cosmesi, un divertente esercizio estetico. Nessuna istituzione, nessuna organizzazione, nessun individuo è finora finito in tribunale per rispondere dell’irresponsabilità economica che ci caratterizza. Le banche, poi, sembrano essere per costituzione esentate dalle procedure di fallimento o responsabilizzazione, che stranamente … si applicano in tutti gli altri contesti.
Ma il default è soprattutto politico e ideale. Razzisti, ignoranti, corrotti, mediocri e opportunisti senza scrupoli hanno occupato da decenni le poltrone delle nostre assemblee parlamentari. Anche i più illuminati, tra i politici, continuano ad avere le ali legate dalle elite finanziarie, dai salotti pieni di buona cera ma vuoti di significati e di senso di giustizia.
La piazza, a questo punto, non diventa solo una pacifica opzione. E’ quasi un dovere coraggioso. Impegnarsi per la democrazia diretta significa così incoraggiare le persone ad esercitare il diritto di decidere le leggi e le politiche che strutturano la vita politica. Dopotutto, per decenni i nostri rappresentanti eletti ci hanno tradito per amoreggiare senza pudore con affaristi senza scrupoli e generosi banchieri.
Si tratta di un’opportunità anche per le comunità cristiane, chiamate a uscire dalle comode nicchie spirituali con una Parola concreta ed efficace. Riusciremo – anche come evangelici - a far capire come attivare la società civile, rinnovarne la sensibilità e trasformare le sue azioni?
Il rischio non è solo che il sogno dell’occidente si trasformi in incubo italiano. Il pericolo è che inizi una spirale di ingiustizia e violenza che porterà i pochi ricchi a difendere – con miopia e stupidità – gli enormi benefici e i senza-risorse ad alzare la voce, con invidia e rabbia, ma senza orientamento e del tutto mancanti di orizzonti sostenibili. Ma se la crisi ha delle opportunità, allora dobbiamo più di ogni altra cosa provare a demitizzare l’esistente, decostruire gli idoli e le false speranze e procedere nella direzione segnata dalla giustizia, dalla pluralità e dalla responsabilità.
E, poi, riscriviamo le regole.

Oct 12, 2011

Tre errori


Ci sono tre tipi di errori che dovremmo evitare quando proviamo a costruire la comunione cristiana:
- essere prevenuti. So che non è facile, ma non bisogna fare affidamento solo su interlocutori vicini, simili a noi; e che rinforzano solamente e costantemente i nostri pregiudizi. La dinamica cristiana è sempre quella di andare alla ricerca di persone con background diversi dai nostri, che però possano aiutarci ad aumentare gli orizzonti e manifestare l’ampiezza del Vangelo.
- essere superficiali. Un errore comune nel costruire reti è quello di interagire a un livello superficiale con quante più persone possibile. Ma una comunione più ampia non è detto che sia una comunione migliore. Assicuriamoci che le nostre relazioni siano profonde, non solo numerose.
- essere camaleonti. Non occorre cambiate i nostri interessi, la nostra teologia e la nostra personalità per assomigliare a chiunque si trovi vicino a noi. Rischieremo di sembrare più incoerenti di quello che non siamo, esponendo il Vangelo a inutili problemi.

Oct 7, 2011

Steve Jobs e il Vangelo 1.0


Apple non mi ha ancora conquistato del tutto. E’ vero, utilizzo qualche prodotto con beneficio, ma non mi considero un seguace fedele. Sarà per i costi elevati o forse per il consenso quasi totalizzante, generazionale, che caratterizza aggeggi del genere.

La morte di Steve Jobs ha suscitato milioni di reazioni, apprezzamenti di ogni tipo sul suo indubbio contributo creativo, sulla sua capacità di innovazione culturale prima ancora che tecnologica. Un mito se ne è andato. Ma adesso, proprio per questo, è più forte di prima.

Il discorso di Jobs agli studenti di Stanford è diventato così, velocemente, la comunicazione più ricca e ricercata degli ultimi anni. Il sermone più laico, motivante, visionario, inspirational dei giorni nostri. D’altronde chi non vorrebbe “seguire la propria passione”, “cercare di realizzare i propri sogni”, “trovare se stesso”, “non sprecare la vita, vivendo la vita di altri”?

Se cerco di superare, però, il movimento della superficie emotiva che tali parole procurano, mi accorgo facilmente che a dire il vero si tratta di una vera e propria supplica, un'efficace litania dell’individualismo rampante, massicciamente presente in tutta la cultura occidentale.

Che c’entra Jobs con la cifra umana e spirituale dell’apostolo Paolo. “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” o con Gesù quanto dice “chi vuole guadagnare la sua vita la perderà …”?

E, per quanti di noi frequentano la teologia riformata, cosa ha ancora da aggiungere Steve Jobs alla visione del catechismo di Heidelberg:

“In che consiste la tua unica consolazione In vita e in morte? Nel fatto che col corpo e con l’anima, in vita e in morte, non sono più mio, ma appartengo ai mio fedele Salvatore Gesù Cristo, il quale col suo prezioso sangue ha pienamente pagato il prezzo di tutti i miei peccati e mi ha redento da ogni potere del diavolo; e mi preserva cosi che neppure un capello può cadermi dal capo senza la volontà del Padre mio che è nel cielo; ed anzi ogni cosa deve cooperare alla mia salvezza. Pertanto. per mezzo del suo santo Spirito egli mi assicura anche la vita eterna e mi rende di tutto cuore volenteroso e pronto a vivere d’ora innanzi per lui".

Sbaglierò, ma sono convinto che il fascino – quasi paracristiano – esercitato da Steve Jobs su di noi è tutto dovuto ad certa ermeneutica dell’autenticità e della libertà individuale, cioè al far diventare le scelte personali indicatori della dignità e dello spessore umano di ognuno di noi. Scelgo (e consumo), dunque sono. Seguire la folla non fa per me!

Forse qui Jobs, può aiutarmi. Non è che come cristiani dovremmo riscoprire la pienezza dell’autenticità e dell’integrità evangelica. Dopotutto non deve, il Vangelo, trasformarci personalmente? Non richiede una decisione personale? Non produce una molteplicità di effetti che - naturalmente e senza arroganza o falsi sensi di superiorità culturale – mi distanzia dalla folla, per servirla? Non mi liberà da qualcosa di più che la scomodità sequenziale dei sistemi Microsoft?

Steve Jobs ha dato un grande contributo, e la sua eredità segnerà sicuramente gli anni futuri. Ma il paradigma del discepolato è diverso e ... sull’autenticità e la sostanza della vita il Vangelo 1.0 è ancora vincente.